Tre lunghi anni costellati da vari problemi fisici il tutto condito da una gran voglia di ricominciare e di trovare una rinnovata continuità fisica e tecnica. Lui è Matteo Donati, presente in questi giorni al Challenger di Vicenza 2018 col chiaro obiettivo di arrivare in fondo alla competizione. Abbiamo intervistato l’allenatore personale di Matteo, Massimo Puci, che ci ha raccontato il calvario fisico del ragazzo sottolineando comunque di avere grande fiducia sul futuro di questo giovane talento italiano.

Oggi alleni all’accademia a Bra ma noi vogliamo sapere qual è stato il tuo percorso e come ci sei arrivato

Il mio percorso inizia da giocatore diciamo di ‘basso livello’, sono stato massimo un B3, poi nel 1993-94 ho frequentato la Scuola maestri a Roma e una volta finita ho subito iniziato a lavorare, prima con i ragazzi dell’agonistica e poi grazie all’amicizia col papà di Edoardo Eremin ho iniziato a collaborare con dei giocatori russi. Il primo è stato Kukushkin, poi è arrivato Golubev: con lui siamo cresciuti in pratica assieme, lui da giocatore e io da allenatore. Da Golubev in poi ho iniziato a lavorare con parecchi giocatori, italiani e non, Galovic, Eremin, Donati, ma poi ad un cero punto ho deciso di lavorare con continuità solo con Matteo. Volevo dedicargli tutte le mie energie.

Matteo l’hai preso quando aveva 16 anni, giovanissimo, secondo te che percorso bisogna fare per crescere come uomo e atleta?

Ci vuole molta pazienza. A livello juniores Matteo giocava molto bene ma l’impatto col circuito Pro è tutt’altra cosa, se non sei un fuoriclasse assoluto fai fatica ad ambientarti, hai bisogno di qualche anno di adattamento tra Futures e Challenger. Anche da un punto di vista umano la cosa è molto simile: ci vuole pazienza e grande maturità da parte dell’atleta. Quando si è ragazzi non è semplice essere maturi e rinunciare a delle cose che sarebbero tipiche della propria età, ma bisogna mettersi a disposizione per arrivare a certi livelli.

In definitiva parliamo di due aspetti che crescono di pari passo…

Non necessariamente. Ci sono giocatori che hanno delle esponenziali crescite tecniche ma che umanamente rimangono un pochino dietro ed altri invece cui l’allenamento e il sacrificio che c’è dietro insegnano tanto da un punto di vista umano ma che non riescono a crescere con la stessa intensità a livello tecnico. Parlando di Matteo, non sono preoccupato, il ragazzo dimostra maturità e consapevolezza del suo ruolo e della sua figura. Ripeto, parliamo di ragazzi di 22 e 23 anni, ci vuole pazienza.

Con Matteo su cosa avete lavorato e su cosa state lavorando?

Matteo ha avuto tanti problemi legati alla schiena che lo hanno limitato negli ultimi due anni quindi si è lavorato molto su prevenzione e preparazione atletica; tutti i professionisti che abbiamo visto ci hanno detto che il ragazzo non avrà problemi in futuro ad esprimere tutto il proprio potenziale ma deve comunque stare attento e saper affrontare i problemi alla schiena quando e se torneranno. Dal punto di vista tecnico abbiamo lavorato sul servizio in modo tale che diventi un suo punto di forza importante, il servizio e il primo colpo a rimbalzo, vogliamo che i primi due colpi siano importanti, e poi lavoriamo anche sulla risposta. Speriamo di renderla aggressiva e speculare sulla terra rossa, Matteo deve cercare di guidare gli scambi.

L’inizio dell’anno per lui non è stato dei migliori, cosa non ha funzionato?

Gli è mancato giocare, non ha trovato continuità fisica, quando giochi una partita a settimana (e la perdi aggiungerei) non puoi trovare ritmo partita. Quando ha ritrovato un po di continuità in più infatti si è espresso molto meglio, pensiamo a Barletta, Francavilla e Ostrava.

Che programmazione avete fatto? Vi siete dati degli obiettivi annuali?

Dopo Vicenza andremo a Caltanissetta, poi in Polonia e dopo speriamo di fare le Quali a Wimbledon. Da li in poi vedremo di fare tanti Challenger in Italia e quando possibile giocare qualche Qualificazione nei 250. Ad inizio anno ogni obiettivo è mentale, vorremmo tutti arrivare a giocare i tornei più importanti ma dipende da come vanno le cose, da come si sviluppa l’annata. Vogliamo che Matteo salga di livello e giochi i Master 1000 e poi gli Slam ma prima di crescere tecnicamente bisogna che ritrovi continuità fisica. Un problema alla mano nel 2015 e poi alla schiena nel 2016 e 2017 lo hanno veramente limitato molto: nel 2015 poi ha subito un infortunio davvero particolare, a San benedetto, in semifinale contro Caruso steccò una palla e il tacco del manico della racchetta gli lesionò un tendine della mano. Dopo siamo andati in USA ma aveva troppo dolore e siamo dovuti tornare in Italia. Dopo la successiva preparazione siamo andati in Australia, ha fatto un buon Challenger vincendo anche il doppio ma è stato li che ha iniziato ad accusare dei problemi alla schiena. Da quel momento in poi è stato un calvario. Ricominciare dopo problemi fisici importanti non è semplice, ci vuole tempo e non sei in fiducia. Ma se nel 2018 giocherà con continuità sono sicuro che crescerà tecnicamente e dunque di classifica.

I momenti più emozionanti che avete vissuto assieme?

I primi due Futures che ha vinto consecutivamente. Avevamo deciso di rinunciare alla categoria Juniores per iniziare a fare dei Futures, ai primi 5 uscì al primo turno, poi ne vinse due di fila. Fu una bella soddisfazione vedere il mio ragazzo lasciare il mondo degli Juniores ed entrare in quello dei professionisti. Se non vinci Futures e Challenger difficilmente puoi pensare di salire di livello, Matteo quando è stato bene ha fatto delle cose importanti, penso alle finali a Napoli e a Caltanissetta dove ha avuto 6 match point. Siamo fiduciosi, in questo 2018 deve giocare, il resto sarà solo una diretta conseguenza.