Ex tennista professionista e attuale referente dei coach nel Player Council dell’ATP (eletto dai suoi colleghi), Claudio Pistolesi rappresenta oggi uno dei più autorevoli esponenti internazionali dell’arte del coaching. Ogni giovane prospetto europeo, compiuti 13 o 14 anni, è chiamato a scegliere se perseguire la carriera da professionista o proseguire in un alternativo percorso di studi. La formula di coaching coniata da Claudio coniuga le due strade, il tutto nella piena consapevolezza che ‘dietro ad ogni atleta c’è prima di tutto un uomo che deve crescere, formarsi e strutturarsi mentre gioca a tennis, non dopo che ha smesso’.

Intervenuto al Challenger di Vicenza 2018 per seguire uno dei propri ragazzi, Ante Pavic, Claudio ci ha gentilmente concesso un’intervista. La propria vita da professionista, la nuova vita da coach, l’addio all’Italia, Pistolesi si è raccontato a ruota libera per quasi un’ora mostrando una verve e una passione che quasi abbiamo toccato con mano nel poco tempo trascorso insieme.

Che cos’è per te la Claudio Pistolesi Enterprise?

Il tennis è la mia vita, la società porta non a caso il mio nome. Sono assolutamente convinto che in campo prima dell’atleta ci vada l’uomo, una persona che come tale non può pensare di strutturarsi quando ha terminato la carriera professionistica. Oggi a 35 anni si smette ma un tennista non può e non deve ripartire da 0, a questa età in genere si cresce socialmente, ci si fa una famiglia, si è già strutturati insomma e per me è inconcepibile pensare che questo percorso non venga portato avanti in parallelo con la pratica sportiva. Perché scegliere se studiare o fare sport? Io do la possibilità di fare entrambe le cose, lo studio migliora la persona, la fa crescere e tutto questo non può che avere un effetto positivo anche sull’atleta. Io vivo e lavoro in USA, in Florida: qui mi appoggio ai College che come sapete offrono la possibilità di studiare e continuare con la propria carriera anche tramite delle borse di studio nei casi più meritevoli. La filosofia è simile, studiare, crescere e migliorare come atleti e uomini

Come ti rapporti con i docenti dei college? La distanza culturale tra USA e Italia è enorme, sia a livello sportivo che non…

Hai centrato il punto, nel senso che la cultura sportiva presente li è enormemente più sviluppata di quella italiana. Io sono italiano, amo il mio paese, ma le differenze ci sono. In USA si lavora a meraviglia, tanti docenti dei College sono ex giocatori come me, la cosa mi rende molto più semplice dialogare con loro e presentare i miei ragazzi. La mia società, la Enterprise, è dedita alla cultura sportiva, con me i ragazzi prendono un percorso alternativo a quello classico che è internazionale e professionalizzante assieme, è un’opportunità unica al mondo. Adesso ho 18 ragazzi quasi tutti italiani, penso a Giulia Pairone, Giovanni Oradini, Mattia Ross, Di Fraia, Luca Cerin, Alberto De Meo e tanti altri, tutti ragazzi di cui sono molto molto orgoglioso. Loro sono il mio orgoglio più grande ancora più di quando giocavo. Le storie di questi ragazzi sono tante e molto diverse tra loro ma alla fine le faccio convergere tutte nella stessa direzione: la nostra base di lavoro è la crescita della persona e dello spessore culturale che la caratterizza, noi alleniamo la capacità di essere proattivi, di mettersi in gioco, di puntare su se stessi perché questo percorso premia la meritocrazia.

Premiare l’eccellenza insomma a prescindere comunque dai soli risultati sportivi

Assolutamente. Io parlo coi genitori dei ragazzi e chiedo loro se a 14 o a 15 anni i propri ragazzi hanno voglia di provare a fare questa esperienza. Non con tutti inizia un certo tipo di percorso ma non è mai tempo sprecato. Si esce, si va via di casa, si migliora l’inglese, e poi si entra a contatto con strutture uniche. Campi da tennis, piscine, c’è tutto. La Florida del resto è la patria del tennis, io vivo a mezzo miglio dall’ufficio mondiale dell’ATP che rimane la mia istituzione di riferimento.

Mi dai l’assist perfetto per chiederti se e quanto le federazioni dovrebbero intervenire (e come) nel percorso di crescita e sviluppo dei ragazzi

Discorso molto complesso, di federazioni ce sono tantissime, alcune importantissime. Di certo comunque, se parliamo di professionismo, ci sono dei limiti che non vanno superati. ATP e WTA sono dei chiari riferimenti perché le proprie classifiche mettono a disposizione la possibilità di partecipare ai vari tornei e di fare carriera, ma non si può pensare che ogni federazione intervenga nella vita di questi ragazzi.

Della polemica relativa al caso Bolelli non vorremmo parlare ma qualcosa tra le righe hai già detto…

Vorrà dire che sono io a farmi la domanda e darmi la risposta. Io rispetto tantissimo chi ama il modello della FIT, il centro Tirrenia e tutto il resto, ma nel 2008 ho restituito la mia tessera perché trovo impensabile che non ci sia un’alternativa a quel percorso li. Ho deciso di offrirla io e non mi interessa del resto. Con me Bolelli è stato dai 19 a 22 anni e ha raggiunto il best ranking. I risultati parlano da soli e programmarli è l’unica via per raggiungerli, a volte bisogna rinunciare a degli eventi e a dei soldi per fare il proprio cammino, tutto si programma, nulla si improvvisa. Vorrei comunque precisare che io rispetto profondamente la FIT intesa come Istituzione ma come diceva il giudice Falcone, ‘non bisogna confondere il rispetto per le Istituzioni con il rispetto per le persone che in quel momento le rappresentano’.

La tua carriera di coach è stata più che brillante, i ricordi più belli?

La vittoria di Söderling ad Amsterdam quando mi disse che senza di me non avrebbe mai potuto farcela è in cima alla lista. Quell’anno abbiamo portato a casa tanto (tre trofei in un solo anno con le vittorie di Brisbane, Rotterdam e Marsiglia, Söderling non ha più bissato stagioni simili, ndr.), ma adesso penso anche alla vittoria di Bolelli a Wimbledon contro Gonzalez, una delle partite più belle mai vinte da un italiano a Wimbledon. Penso ancora a Takao Suzuki con cui abbiamo vinto 4 Challenger di fila in USA, sono anche stato il primo non giapponese della nazionale nipponica nella storia della Davis, insomma penso di aver portato lustro e considerazione all’Italia durante il mio percorso.

Perché oggi si arriva più tardi al top e cosa serve per fare il salto…

Bhe due domande da niente… Diciamo che prima si conosceva poco, quando giocavo io si puntava tutto sulla forza, poco su agilità e flessibilità, arrivavi presto ma smettevi veramente presto, io a 27 ho avuto un’ernia perché avevo fatto solo carico. L’età media dei primi 100 era 23 anni, oggi è di quasi 30. Ci sono tantissimi ragazzi bravi oggi, penso a Quinzi, Sonego, Napolitano, Pellegrino, Moroni ma io e Bolelli alla loro età avevamo già fatto tantissimo. Era tutto più difficile prima, pensiamo agli spostamenti, ai voli e alle difficoltà di raggiungere i circoli senza GPS e solo con le piantine, pensiamo agli affetti (il telefonino non esisteva), insomma era tutto più difficile. Dato come cambia il mondo e a quale velocità procede non dobbiamo comunque rimanere fossilizzati sulle stesse idee: io invecchio ma il mio lavoro no, oggi cerco di non far invecchiare un’atleta ma di farlo migliorare col tempo e diventare sempre più solido. Per rispondere alla tua ultima domanda invece direi che non esiste un salto, nel senso che il salto da l’idea di qualcosa di immediato, improvviso e non preparato. Non esiste il salto quindi, esiste un percorso che è fatto di step e gradi. Il mio lavoro consiste nel preparare questi step rendendoli possibili per i miei ragazzi’.